Apprendisti stregoni

sintesi della discussione Assemblea del 17 ottobre

Non appoggiamo il pacifismo che si solleva affinché sia un altro a porgere l’altra guancia,
né la violenza che si scatena quando sono altri che ci mettono i morti.

Subcomandante Marcos

La manifestazione di sabato segna sicuramente uno spartiacque, per vari motivi.

C’è stato un prima e adesso ci troviamo immersi in un dopo che avevamo sperato e
immaginato diverso, che ci impone sforzi e riflessioni, un dopo con cui fare i conti,
un dopo che però ci mostra alcune dinamiche per quello che realmente sono.

Un dopo dove nell’informazione main stream non si parla di crisi ma di ordine pubblico,
con il duo Maroni-Di Pietro (finalmente quest’ultimo si è tolto la maschera!) che
sventola una “Reale-bis”.

Un dopo dove quegli spazi pubblici riconquistati con fatica dopo Genova, vengono
immediatamente attaccati; dove si chiude Roma alle manifestazioni, dove si usano
le immagini di sabato e false interviste per criminalizzare il Movimento NoTav.

Un dopo dove si pone seriamente il problema dell’autoregolamentazione dei cortei,
per garantirne il democratico svolgimento.

Quello che si è visto sabato a Roma è stato l’attacco ad un corteo straordinario
(per quantità e qualità) da parte di un gruppo di pochi (500,800,1000.
..poco importa)
che aveva come scopo (conscio o inconscio…) la distruzione di un processo politico
plurale che opponendosi alla crisi vuole costruire un alternativa reale includente.

Un processo che, nel passato prossimo, possiamo tranquillamente far nascere il 16-17
ottobre dell’anno passato (manifestazione Fiom e grande assemblea alla Sapienza del giorno dopo)
, e far crescere con la mobilitazione studentesca contro la riforma Gelmini; un processo
che è straordinariamente straripato il 14 dicembre, che è passato per il coraggio
dei lavoratori Mirafiori di fronte al ricatto di Marchionne.
Un processo che ha salutato
le elezioni di Pisapia e De Magistris come un vento nuovo, che ha costruito la vittoria
referendaria, che ha resistito e lottato (insieme a tutta la valle) in val di Susa,
che si è accampato a Roma, che ha partorito Indignati e Draghi Ribelli.

Un processo che sabato scorso avrebbe dovuto sfilare per le strade di Roma, per mostrarsi
al Paese e al Mondo (quella di Roma è stata la manifestazione di gran lunga più numerosa),
per gridare che un’alternativa è possibile, che dalla crisi si può uscire solo dal
basso e a sinistra, solo con pratiche conflittuali costituenti, a vocazione maggioritaria.

Sabato invece abbiamo visto apprendisti stregoni mettere a rischio l’incolumità dei
partecipanti al corteo, che si sono visti cadere addosso, senza averlo scelto e senza
possibilità di evitarlo, le conseguenze di azioni compiute irresponsabilmente.

Apprendisti stregoni che hanno scelto la strada più vile per esercitare pratiche conflittuali
nichiliste, (quella di usare un corteo che aveva scelto modalità pacifiche di espressione),
invece di assumersi responsabilmente la scelta di praticare il conflitto secondo il
loro DNA, ma senza mettere a rischio un intero corteo, lontano da quel corteo che,
democraticamente, aveva scelto il proprio modo di stare in piazza, e che “loro” non
hanno rispettato.

Sabato abbiamo visto volanti della polizia sparate ad alta velocità attraversare
irresponsabilmente il corteo (di fronte a noi dei bambini che stavano reggendo uno
striscione hanno rischiato seriamente di essere investiti), abbiamo visto la solita
sproporzionata azione repressiva di Polizia, Carabienieri, Guardia di Finanza, che
si è servita di pericolosi caroselli di blindati e dell’uso spropositato di idranti
contro manifestanti inermi, mettendo seriamente a rischio l’incolumità e provocando feriti.

E abbiamo visto come gli organi di Governo abbiano invitato alla violenza (perché non
sono state tolte le auto parcheggiate lungo il percorso della manifestazione?) e come
stiano usando la violenza di pochi per attaccare e dividere un movimento capace di
portare in piazza centinaia di migliaia di persone.

La questione principale non ruota intorno alla violenza, né alle semplicistiche divisioni
tra buoni e cattivi (sulle quali si è data da fare nei giorni scorsi la Repubblica,
con tanto di schemi) che non servono a nessuno, se non a coloro che hanno interesse
a spaccare il movimento ed imbrigliarlo in categorie che non gli appartengono, ma
ruota intorno al fare politica.
Sabato doveva essere una grande giornata di politica
dal basso e radicale.
Il conflitto oggi, nel mezzo di una crisi globale sistemica,
una crisi, che da anni definiamo dagli esiti imprevedibili, una crisi che si autoriproduce
e che probabilmente ancora non ha mostrato la sua faccia peggiore, diviene radicale
solo se è a vocazione maggioritaria.
Solo costruendo un comune politico, ampio e
plurale, ne possiamo uscire.

Il nichilismo (romantico?) che si è visto sabato assomiglia più ad una autorappresentazione
narcisista che ad una pratica reale di conflitto contro l’attuale crisi.

Ma sabato abbiamo visto anche e soprattutto un movimento straordinario, fatto di
uomini e di donne, e di bambini che è sceso in piazza per dire “che noi la crisi
non la paghiamo”
, che tutti insieme possiamo costruire l’alternativa.

Un movimento che non vuol parlare di ordine pubblico, che non ci sta al giochino
dei buoni e dei cattivi.
Un movimento che vuol far politica, dal basso e a sinistra.

 

COMUNITA’ IN RESISTENZA EMPOLI

 

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